Ario Gervasutti: la locomotiva veneta è ferma in stazione

“La locomotiva vicentina, veneta e del Nordest, con alcune eccezioni, è ferma in stazione. Certamente lo è per fattori esterni, ma anche perché la classe imprenditoriale non sa bene quale direzione prendere. Paghiamo un deficit culturale in senso lato che la crisi ha messo in evidenza”. Così Ario Gervasutti, direttore de Il Giornale di Vicenza, dipinge per Officina Veneto lo scenario socioeconomico della crisi.

D Flessibilità e scelte rapide non sono più dei buoni salvacondotti?

R Sulle scelte rapide ci andrei cauto, ma dobbiamo distinguere quegli imprenditori che sono essenzialmente dei bravissimi venditori che quando tutto andava bene hanno saputo capitalizzare posizioni di vantaggio sfruttando le debolezze stesse del sistema, mettendosi a fare i finanzieri e gli immobiliaristi e spacciando delocalizzazione per internazionalizzazione, dagli imprenditori veri: ossia coloro che hanno una visione complessiva della società e una vera cultura imprenditoriale. Un concetto che, attenzione, non va confuso con l’erudizione. Si può essere dei grandi imprenditori pur esprimendosi in dialetto. Purtroppo sono la minor parte

D Un giudizio senza appelli il suo…

R Non nascondiamoci che oggi il motore batte in testa sia sul piano economico che politico. Il periodo delle vacche grasse e un certo modello che anche negli ultimi è comunque riuscito a mascherare la reale situazione, sono finiti e i nodi ovviamente vengono al pettine. Anche perché la cosiddetta peculiarità veneta riguarda sì e no il 10 per cento delle imprese, non il restante 90 per cento che sconta la medesima situazione in cui si trova tutta Italia

D Non salva proprio nessuno?

R Ora che si devono trovare nuovi obiettivi e nuovi strumenti, le associazioni di categoria perlomeno in parte dimostrano di avere tale consapevolezza che fare massa critica può facilitare la ricerca di una via d’uscita, ma la gran massa degli imprenditori pensa ancora di poter interagire con la politica alla vecchia maniera, con un approccio alla Enrico Mattei: la si cerca e la si usa come un taxi alla bisogna, ma senza costruire un dialogo costante, mentre c’è bisogno di pensare a cosa fare qui, oggi e subito. Il fattore tempo è determinante nel bene e nel male. Despar aspetta da anni di poter fare un centro logistico per 500 persone, ma cinque sindaci e cinquemila persone si oppongono. Alla fine hanno cambiato zona

D Forse è per questo che a più riprese sale forte la richiesta di maggiore autonomia e mani libere?

R Il dire lasciateci fare a noi, da soli, è una costante di questo territorio. Ma chiediamoci anche per fare che cosa? Temo che sia fine a se stessa e spesso la si confonda con l’anarchia, andando a sostanziare quel regno di individualisti e di individualità che è uno dei tratti caratteristici di questa terra e che si riflette a ogni livello. Un solo esempio: viviamo di fatto in una grande metropoli ma inconsapevoli di esserlo. Venezia, Treviso, Padova e Vicenza fanno 3 milioni di abitanti stipati in un quadrilatero di 40 per 30 chilometri che è poco più grande di Roma, eppure ognuno continua ad andar per sé. Il risultato è una costante sottorappresentazione delle istanze di questo territorio nel suo insieme, che nella considerazione generale pesa sempre meno di quel che vale

D Si riferisce alla politica e allo slogan del fare sistema?

R Non solo, penso anche all’informazione. Tutti i giornali veneti messi insieme ogni giorno vendono più copie dello stesso Corriere della Sera, eppure non riescono a incidere sull’agenda

D Come per esempio su quella delle infrastrutture.

R Al di là di grandi opere essenziali come il Passante, l’A4 o il Mose, il problema è anche sul piccolo. Come il casello di Montecchio: un ingorgo cronico di cui si discute da 15 anni. Tutta colpa della politica? Però chi fa le strade dovrebbe anche spiegarmi come mai un metro di asfalto di una bretella di qualche chilometro possa arrivare a costare ben 5000 euro

D L’avvocato del diavolo direbbe però che se non si fanno non si attraggono poi nuovi investimenti.

R Vero solo in parte perché arrivano lo stesso se penso al ritorno di un colosso come Ikea per fare le sue cucine. Un buon segno. Il costo del lavoro qui è più alto che altrove, ma evidentemente la qualità qui è più che proporzionale al suo costo. La considero una svolta che potrebbe essere foriera di buone prospettive, dal momento che la disoccupazione non solo giovanile – che con questi numeri è un fenomeno del tutto nuovo qui – non è più riassorbita come prima dalle piccole e piccolissime imprese, dai settori nuovi in espansione e da chi riesce a parare i colpi grazie all’export