Maurizio Cattaneo: quale sarà il terzo Veneto?

Dopo un Veneto trasformato da terra contadina e basata essenzialemente sull’agricolutra a un territorio dinamico e capace di trainare l’economica dell’intero Paese, oggi la nostra regione deve compiere un nuovo passo in avanti, verso un terzo Veneto. Maurizio Cattaneo, direttore dell’Arena di Verona, si interroga con Officina Veneto su come questo possa avvenire.

D: Come mai il Veneto pare oggi incapace di attirare investimenti dall’estero?

R: Il Veneto, che più di altre regioni ha saputo attirare investimenti fino agli anni ’80, sta subendo una pericolosa regressione. Verona è un caso tipico sotto questo profilo: ai grandi insediamenti di multinazionali come Volkswagen e Glaxo, ed alle tante società medio-piccole sbarcate decenni or sono, non è seguita una consistente nuova immigrazione imprenditoriale. Le cause sono quelle tipiche del sistema-Paese: troppe tasse, legislazione rigida, burocrazia asfissiante e difficoltà logistiche. Cui si aggiungono quelle di stampo locale, come i tempi troppo lunghi per i permessi.

D: Il finale è quindi scontato?

R: Non direi, perché le amministrazioni più lungimiranti e le associazioni imprenditoriali hanno varato progetti ad-hoc. E in molte province venete vi sono interessanti iniziative che coinvolgono anche le università in un rapporto diretto con le imprese straniere. E’ evidente però che la grave crisi che ha colpito noi e l’Europa, con le conseguenti incognite monetarie e di mercato, e il repentino crollo dei consumi non favoriscono oggi nuovi progetti virtuosi.

D: In tal senso la delocalizzazione, vista oggi, è stato un processo di impoverimento?

R: Certo, un impoverimento non solo del tessuto economico e produttivo locale, ma anche di managerialità e di nuove competenze, specie giovanili. Le fabbriche sono anche volano di scambio culturale e tecnico. Emblematico il caso della Glaxo, il suo centro di ricerca ha fatto crescere la cultura scientifica e dirigenziale. L’arrivo poi di famiglie straniere sul territorio ha favorito l’interscambio culturale. Ma vale anche per i distretti, dove da un insediamento germina la cultura aziendale. Per fortuna, accanto a chi delocalizza, abbiamo imprenditori che puntano ancora sul legame tra fabbrica e la sua comunità. Esempi come Rana e Bauli dimostrano che la produttività non è affatto legata alla ricerca di Paesi con bassi salari.

D: Infrastrutture: farle rimane letteralmente un’impresa?

R: L’assenza di un adeguato piano infrastrutturale è sicuramente uno dei principali freni allo sviluppo. La sconfitta annunciata del Veneto sull’alta velocità ferroviaria, la mancanza di un sistema aeroportuale all’altezza del sistema produttivo, per non parlare della lentezza su sistemi intermodale e strade. In tutto questo c’è però un esempio positivo, come il Passante di Mestre coi suoi evidenti frutti. Ma non basta.

D: Una tale disoccupazione è fenomeno nuovo a queste latitudini. Decreta la fine del mito dell’imprenditore che si fa da sé?

R: La grande domanda che ci si pone oggi è proprio quale sarà il terzo Veneto, dopo quello dei pionieri che hanno trasformato una terra contadina, poverissima e d’emigrazione in quella che poi è diventata la Locomotiva d’Italia. La risposta è difficile. Intanto servono amministratori lungimiranti, cioè una politica che consideri l’impresa importante. Poi una cultura diffusa che sappia fare alla società quel salto che la globalizzazione impone, e serve anche un rinnovato patto generazionale che abbia maggior considerazione verso i giovani.

D: Molte cose, forse troppe

R: Invece tutto ciò in fondo sarebbe di più facile realizzazione proprio nel Veneto. Qui infatti la crisi è forte ma non ancora drammatica e dunque vi sarebbe spazio per progettare. Certo, una delle gambe del tavolo scricchiola ed è quella di una politica che in questo momento non dà il meglio di sé.

D: Nell’attesa, il welfare modello veneto saprà reggere?

R: La crisi mette a dura prova anche la coesione sociale. Questa regione che aveva la propria forza nei valori cattolici, nella solidarietà famigliare e in una comunità sempre pronta all’aiuto ed al volontariato, ha subito una drammatica trasformazione in senso più “metropolitano”. Da qui anche gli episodi di follia, di disperazione, di violenza. Ma il Veneto ha ancora anticorpi forti. Servirebbe però nuova attenzione dei maggiori attori sul territorio: dai centri d’aggregazione laici e cattolici, al mondo del credito, a quelle figure d’imprenditore vicino alla comunità, alla politica. Una sfida che non riguarda solo la nostra regione. La competizione in futuro si baserà sì sui dati macroeconomici, ma anche sui valori. E se si perdono le radici, si perdono anche le competenze.