Roberto Papetti: forzare le aggregazioni con agevolazioni fiscali

Puntare a uno sviluppo nuovo e diverso, proprio oggi, quando il Veneto è in trasformazione. Bisogna reagire insieme attraverso maggiori aggregazioni di valore e di sapere, favorite magari da agevolazioni fiscali. Roberto Papetti, direttore de Il Gazzettino, per Officina Veneto.

Nonostante tutto, nel Veneto della recessione, c’è ancora un certo benessere diffuso, anche se indubbiamente si è allargata la platea di coloro che lambiscono la soglia di povertà. Ma la capacità di risparmio rimane ancora elevata, un dato da non sottovalutare.

D Malgrado l’esplosione del numero di fallimenti?

R Sul piano industriale, la situazione è a macchia di leopardo: non tutti i settori risentono della crisi allo stesso modo e, all’interno di questi, non tutte le imprese conoscono la stessa sorte. Sicuramente c’è chi ne ha approfittato per riorganizzarsi, specie molti di quelli che esportano molto o i terzisti per il mercato tedesco. L’export rimane un caposaldo, anche per la storica propensione ad aprirsi ai mercati internazionali, propensione che nel Nordest è sempre stata maggiore.

D Concorda che un certo modo di concepire l’impresa veneta è finito?

R Il piccolo e solo è bello è finito, ed anzi bisognerebbe forzare le aggregazioni magari con delle agevolazioni fiscali. E’ indifferibile, anche se il momento storico rende tutto più difficile. Ma se c’è una fase in cui bisognerebbe creare accumulazione di valore per porre le basi di uno sviluppo nuovo e diverso è proprio questa.

D Invece non si può nemmeno contare sugli investimenti stranieri che latitano?

R Il Veneto non è migliore, né diverso da questo punto di vista dal sistema Italia: lungaggini burocratiche, regole sindacali complesse e vincolanti, una giustizia incerta e lenta. Malgrado questo, la nostra manodopera qualificata è ambita e i grandi gruppi stranieri, dove ritengono di dover essere presenti, ci sono a prescindere da tutto. Penso a Vuitton che ha scelto la Riviera del Brenta.

D Da regione delocalizzata a territorio di delocalizzazione per i francesi?

R Al contrario, è il riconoscimento di una nostra eccellenza. La delocalizzazione è stato un fenomeno inarrestabile che non ha impoverito il territorio, credo invece che paradossalmente abbia allungato la vita a molte realtà che oggi non esisterebbero se a suo tempo non l’avessero fatto. Indubbiamente c’è chi si è mosso con spirito rapace e una logica da rapina, ma anche chi con raziocinio ha gettato le basi per crescere come De’ Longhi. Ma quelle condizioni di favore non ci sono più e lo sviluppo e la crescita corrono su tutt’altri sentieri.

D Sentieri ancora percorribili da questa regione?

R Un nuovo miracolo arriva solo puntando su una maggiore capacità innovativa, ma mancano dei fattori chiave anche di stimolare a una nuova imprenditorialità giovanile, ancora troppo sazia. Le banche, quando lo fanno, assistono le produzioni tradizionali e c’è uno scollamento con un sistema scolastico inadeguato. Che per esempio non ha mai creato una sua propria facoltà di ingegneria.

D L’alta disoccupazione giovanile è solo un problema di errati percorsi scolastici?

R No, purtroppo anche di una percezione sbagliata di un welfare state e familiare generoso che consente di aspettare a lungo il lavoro “sognato”,  ritardando l’entrata nel mondo del lavoro. L’apprendistato funziona bene, ma vorrei sapere quanti di quei contratti diventano poi definitivi. Certo, tutto questo garantisce anche una forte coesione sociale nella quale mi piace evidenziare il ruolo prezioso e strategico degli stranieri, proprio per il momento che stiamo attraversando.

D Le infrastrutture possono ancora essere la chiave di un nuovo rilancio?

R Passante, terza corsia dell’A4, Mose, Pedemontana e Marco Polo sono strategici non solo per questo territorio, ma purtroppo ogni grande opera è sempre estremamente problematica e si va avanti a forza di commissari ed emergenze. Tutto, perché la politica non sa selezionare le priorità, separando le opere utili e necessarie da quelle non necessarie sebbene utili. Abbiamo accumulato un deficit drammatico se si pensa che la sola Madrid, e non New York, ha una rete metropolitana di 290 chilometri, mentre l’intera rete italiana ne misura appena 210: un confronto impietoso. Tuttavia,  correlato alle infrastrutture, credo che si debba puntare anche su altro ed in modo nuovo.

D Si spieghi meglio.

R Rimango convinto che il futuro del Paese, e del Veneto in particolare, debba essere nell’industria turistica, partendo dalla semplice constatazione che noi abbiamo delle condizioni di base di partenza molto forti e che nessun altro Paese al mondo ha. E qui una certa capacità imprenditoriale c’è ancora ed è rimasta in larga parte intatta, ma forse quel che manca è il coraggio.